In genere, gli atleti invecchiano prima degli altri. Sui volti dei calciatori, ad esempio, ben presto dopo i 20 anni si cominciano a leggere i segni del tempo. Il calendario pare ancor più impietoso con gli allenatori. Certo, non per tutti è così, però complici gli agi d’una vita sottoposta a discipline ginniche e regimi alimentari meno tirannici, una volta fuori dai dettami paramilitari tendono fatalmente a recare impressi su di loro i sigilli dello stress da prestazione.

Correi anche gli anni, certamente, il metabolismo e l’agognata libertà. Ed anche l’indole con i suoi sotterranei, ma implacabili, rivoli psicosomatici. Ogni domenica, ai margini del pallone che va, in panchina si gioca un'altra partita fatta di espressioni infuriate, sorrisi, stupori, imprecazione, ammonimenti… Un teatro gestuale di cui sono protagonisti i tecnici, ognuno - potremmo dire - con la sua maschera caratteriale. 

MAZZARRI VS ALLEGRI - Il Mazzarri di ieri sembrava appena tornato da una palestra di pugilato dove le aveva prese sonoramente. Con difficoltà, tra i gonfiori, si rinvenivano gli occhi, comunque mai domi. Una sua ammiratrice, del tecnico e dell’ uomo, mia vicina di tavolo al bar in cui si trasmetteva il derby Toro-Juve, proferiva rapita: intanto ora non ne becchiamo più tre o quattro, siamo più quadrati e Walter assomiglia ad Alec Baldwin, più di Ancelotti, “davvero un bell’uomo”. In effetti l’allenatore toscano (della Costa) ha dato al Torino una fisionomia più matura. Lui stesso pare più acquietato.
All’opposto, sempre più asciutto, invece, Allegri (non a caso acciughina) che se non fosse per un suo fare livornese sbarazzino, avrebbe l’aria ascetica d’un beato secentesco. Aggredito da un nemico apparentemente senza scampo, ovvero l’alopecia androgenetica, l’allenatore labronico è un finto quieto, che predica calma, ma dentro si corrode: non ne può del paradosso “brutta e vincente” da cui è afflitta la sua squadra. Vince, spariglia, subisce un sacco d’infortuni, rivince, è in corsa su tre fronti, però è sempre nel mirino della critica e di parte dei suoi tifosi, come se fosse sempre costantemente a un passo dal franare, dopo scudetti e trofei a ripetizione. Questa tenzone interiore, fra efficacia e bellezza, tra risultato ed estetica, si legge spesso sul suo volto e nelle uscite un po’ isteriche, rapide,  a gambe strette, verso gli spogliatoi dopo ogni inopinata (nel risultato) fine di partita.

GATTUSO VS GIAMPAOLO - Gattuso non è più quello di 20 chili fa e si vede, ma resta sempre il compare di paese coraggioso e franco. Quello del Milan, ora, non è uno spogliatoio, piuttosto uno sfogatoio di amiconi. L’abbiamo capito al ritorno in campo nel secondo tempo contro la Sampdoria. Il “neandartheliano” Rino distribuiva scappellotti e pacche ai suoi giocatori, ma ne riceveva anche; faceva gli occhi torvi, ma concludeva con un sorriso. Primitivo, e dolce; ancestrale e affettuoso. Una carezza nel pugno. Urli e abbracci. 
Giampaolo, invece, è quello sempre un po’ stupito, dominato non dall’ imperativo, bensì dall’interrogativo categorico: “che succede?” sembra sempre domandarsi. D’altronde, pare essere il più intellettuale, il più curioso e avido di letture (non come Tabarez, ma quasi) tra gli allenatori italiani. A forza di eterne domande un po’ di borse sotto gli occhi son spuntate anche a lui.
CONTE E INZAGHI - Conte si è salvato per il trapianto bulbo capillifero che, in molti, gli invidiano. Invidiano il suo coraggio di ripresentarsi da un mezzo deserto qual era con una selva giovanile. A lui il rimboschimento è riuscito, al Berlusca no, con quello scalpo che pare piuttosto lustro da scarpe invece di vero e proprio agglomerato piliferoLo stress fa brutti scherzi. Pippo Inzaghi al Milan, in un anno sembrava più vecchio di 10. Fisico perfetto, ma gli occhi segnati da occhiaie profonde, le labbra in giù con l’espressione d’un cane bastonato. A Venezia è risorto.

SARRI VS MANCINI - A Sarri pare non fregare niente dell’aspetto fisico. In panchina c’è arrivato già logorato da una gavetta troppo lunga, che comunque ha permesso la consacrazione. È quello più simile a Rocco (certo dotato di minor saggezza olimpica) con la tuta attillata che tradisce una pinguedine incipiente. L’opposto di Mancini con cui ebbe anche una tenzone basata proprio sull’estetica: gli diede del “finocchio” perché forse lo trovava troppo bello, pulito, profumato e elegante. Non trovò di meglio per giustificare un inopinato pareggio casalingo.

PIOLI E DIFRA - Pioli da qualche tempo desidera andare contro la sua natura da bassa pressione. Ipoglicemico, ipodinamico, ipoteso, pensava forse d’apparire troppo passivo. Gentleman sì, bischero no, deve essersi detto. Allora si agita di più, lascia che quella barba grigia, nascosta dall’eterno girocollo blu scuro, si animi in qualche terribile “Mi faccia il piacere” per altro limato da un'erre moscia che non sa sprizzare aggressività. Agile, elegante, vuole andare contro la propria innata compostezza per fare vedere, forse, che lui la grinta ce l’ha e come.
Della stessa pasta anche Di Francesco, che ancora però non sembra voler contrastare la sua naturalissima propensione ad una spontaneità priva di accenti polemici o lamentosi. Pare un giovane avveduto: il ciuffo all’in su dei capelli contrasta con gli occhiali da entomologo erudito.

La panchina, insomma, logora e rigenera. Ma soprattutto è un teatro nel teatro, un lungo racconto scritto coi volti e coi gesti. Un racconto che sa  ricominciare sempre da capo. L’altro giorno Ventura non  ha forse detto che vuole tornare (dal Paleozoico) quanto prima ad allenare?