Fra le prime sei squadre del campionato, la Roma, al momento, è quella che ha segnato di meno. Meno della Sampdoria sesta (46), meno dell’Inter in crisi (42). La squadra di Dzeko, il vincitore del titolo di capocannoniere nel 2017, è ferma a 40, a soli 3 gol in più di Milan, Atalanta (una partita in meno) e Udinese. In materia, la distanza con le prime della classe si rivela assai eloquente: Napoli (60), Juve (62) e Lazio (64) viaggiano molto più forte (i bianconeri con una partita in meno). Eppure la Roma, prima dello 0-2 in casa col Milan, pareva essersi ripresa dopo un mese di gennaio non proprio idilliaco e caratterizzato dall’incapacità di superare il gol a partita. In campionato sembrava rinata, dove, anche grazie al cambio di modulo (il passaggio al 4-2-3-1), nelle ultime tre giornate aveva segnato 8 reti (contro l’Hellas, il Benevento e l’Udinese). Poi è arrivata la Champions, l’andata dell’ottavo contro lo Shakhtar. Il vantaggio meritato, un primo tempo decisamente coraggioso e ammirevole, seguito dal crollo fisico e mentale nella ripresa; il 2-1 per i padroni di casa. A mio avviso gli errori, Di Francesco, ha cominciato a farli da qui, dalla rielaborazione della sconfitta. In parte sottostimando la prestazione di Kharkiv. Anziché considerare la possibilità di mantenere il nuovo sistema di gioco, correggendolo e rinforzandolo in corso d’opera in reazione ai cali di rendimento che colpiscono la (le?) sua (sue?) squadra(/e?) nei secondi tempi, l’allenatore si è presentato in conferenza stampa, prima di Roma-Milan, rilanciando la carta del 4-3-3 dall’inizio, con Nainggolan e Pellegrini mezzali. Quasi che la partita giocata in Ucraina gli fosse servita da pretesto per un guizzo d’orgoglio: “Mi avete massacrato per far giocare Nainggolan sulla trequarti, ma deve ritrovare forza e determinazione al di là del sistema di gioco. Vi volevo dare ragione totalmente (rivolto ai giornalisti, ndr) se da trequartista avesse fatto dieci gol, perché per me conta la Roma, non il singolo”. E subito dopo la contraddizione: “L’analisi della gara di coppa dice che Radja a livello fisico ha fatto una delle sue migliori prestazioni, è in crescita come è in crescita tutta la squadra”. Questa lettura della gara di Champions, unita ai rimedi conseguenti, ha portato in realtà, e paradossalmente, rispetto alle dichiarazioni stesse di Eusebio, a un’involuzione collettiva, oltre che del singolo Nainggolan. E se Di Francesco da un lato ha sottostimato il 4-2-3-1 degli ultimi tempi, dall’altro ha creduto di poter affrontare il Milan senza l’insostituibile Dzeko, “nell’ottica di una normale turnazione, come ho sempre fatto quando ci sono state tre partite di fila”. Ma la partita col Milan era forse ancora più importante del Napoli-Roma che si giocherà sabato. Schierare Schick dal primo minuto e per giunta centravanti nel tridente non è stato forse un errore in assoluto, ma un errore relativo questo sì. 

 (C’)ENTRA O NON (C’)ENTRA? - Ho raccolto qualche situazione di gioco da Roma-Milan, su cui penso valga la pena riflettere un momento. Chiuderò poi con una dinamica precisa che ha portato al gol i giallorossi contro lo Shakhtar. Per non sembrare a mia volta accecato da un sistema di gioco (il 4-2-3-1), partirei da un banalissimo errore di Pellegrini: fare la scelta giusta, al di là dei moduli, non guasta mai. Ecco un break della Roma contro i rossoneri, poco prima dell’intervallo, dunque sullo 0-0. Anche col 4-3-3 la Roma avrebbe potuto passare in vantaggio.
 

 

Il numero sette però preferisce andare sul piede forte per saltare Romagnoli anziché valorizzare la superiorità numerica evidente sulla sinistra. Quant’è bella giovinezza che si fugge tuttavia..
Notate anche questo: le due mezzali (Radja e Lorenzo) sono in proiezione offensiva. Per caratteristiche, a entrambi piace attaccare l’area. A lungo andare, quando le energie calano, l’equilibrio viene meno.

 

E quando la Roma non è in ripartenza ma è chiamata a salire in palleggio? Le mezzali tendenzialmente si alzano lungo i loro corridoi di pertinenza e vanno a collocarsi tra terzino e centrale avversario, lasciando il proprio vertice basso (in questo caso Strootman) solo in copertura. Obiettivi? Sfruttare attraverso il gioco di posizione lo spazio tra le linee alle spalle dei centrocampisti avversari, portare tanti giocatori sulla linea dei difensori avversari, in modo da tenerli occupati nello stretto e liberare così le corsie laterali ai propri terzini. Rischi? Intasare e immobilizzare l’attacco, allungare e scoprire la squadra in caso di perdita del pallone. 

 

DAL SASSUOLO ALLA ROMA - Nel Sassuolo Di Francesco non aveva ancora adottato questa soluzione, che in Europa ha nel City di Guardiola il modello di riferimento. Questa interpretazione del 4-3-3 (molto ben praticata l’anno scorso dalla Lazio, a tratti) è arrivata anche a Trigoria, nel tentativo di adeguare la Roma a uno stile di gioco ancora più europeo. Contro il Milan, però, si poteva sfruttare meglio un movimento tanto caro al Di Francesco prima maniera: la ricerca dell’ampiezza da parte della mezzala coordinata al taglio dell’esterno. Ma la direzione della freccia rossa, in questa interpretazione ultraoffensiva del 4-3-3 che prevede le due mezzali quasi sulla linea degli attaccanti, allontanerebbe maggiormente Pellegrini dalla possibilità di riaggresione immediata in caso di perdita del possesso. Per questo motivo il numero sette della Roma che nel Sassuolo avrebbe attaccato quello spazio con libertà e determinazione, qui tentennerà, costringendo Perotti a portarla oltre il dovuto. 

 

C’è poi lo spettro del 4-2-4. Quando il suo 4-3-3 non ottiene i risultati sperati, Di Francesco toglie un centrocampista e inserisce una punta: in questo caso Dzeko, al fianco di Schick. Si passa così dal 4-3-3 al 4-2-4, succedeva anche a Reggio Emilia. Il gioco della Roma allora spesso diventa più impacciato e piatto (succedeva anche al Sassuolo), coi quattro attaccanti che, stretti stretti per lasciare le corsie ai terzini (vedi Kolarov in alto), rischiano di togliersi spazio vitale vicendevolmente. Senza parlare poi delle distanze che si creano tra i reparti.. Ma questo 4-2-4 non è certo da confondere con il 4-2-3-1 visto a Kharkiv. 

 

MA FARE IL CONTRARIO, NO? - La soluzione allora potrebbe essere: undici iniziale col 4-2-3-1 con virata in corso d’opera, nella ripresa, sul 4-3-3, al fine di rinforzare il centrocampo calante. Molto banalmente, il contrario di quel che si è visto domenica. E’ infatti col 4-2-3-1 che la Roma si esprime meglio, cioè quando Nainggolan non deve smezzare o condividere lo spazio sulla trequarti con un’altra mezzala. E’ in questo modo che può attaccare la linea difensiva avversaria con maggior frequenza e cattiveria. Ed è così che può scegliere inoltre dove tuffarsi, alla destra o alla sinistra di Dzeko, e dunque al di là della corsia di pertinenza che deve rispettare una mezzala. Come nel primo tempo di Kharkiv, in occasione del gol Ünder. E’ di Nainggolan il movimento senza palla che, mentre Fazio muove il pallone sulla sinistra, sfonda il centrale destro dello Shakhtar e consente a Perotti di ricevere il passaggio di Kolarov. 

 

Da quel cerchio di libertà che circonda Perotti e che è frutto dell’inserimento del Ninja, nascerà il presupposto per uno scambio tra l’esterno argentino e l’attaccante bosniaco. Il resto è Dzeko. L’insostituibile.