Ne sentivamo la mancanza. C’era un vuoto, non vastissimo, ma comunque un vuoto. Ci mancava non tanto il suo calcio, ma lui. Prima, durante e dopo. In conferenza stampa, a bordo campo, a fine partita col volto sempre un po’ gonfio e, talvolta, qualche perla di sudore come se avesse corso anche lui, più dei suoi giocatori, più dell’ arbitro, dei guardalinee. Sempre trafelato, sempre affannato, mai domo. Avrete capito: lui è Mazzarri.

Dopo una non proprio esaltante parentesi in Premier, è finalmente tornato in quell’ Italia che “gli mancava tanto”. Dalla fredda Albione alla fredda Torino, ma - vuoi mettere - dall’ostico inglese al caldo, caldissimo toscano, anzi sanvincenzese, anzi mazzarrese. Perché non si tratta solo di accento, intonazione; si tratta di gesticolazione, strabuzzamento degli occhi, concitazione, indignazione, imprecazione.

Mazzarri è tutto questo e speriamo torni ad esserlo, perché nel cabaret calcistico nostrano mancava l’arrabbiato perenne, il diostrafulminismo. Gli altri toscani, su questo piano, non contano. Spalletti è all’opposto, con i suoi estraneamenti psicologici e linguistici. Sarri, sarà ruspante con la sua tuta alla Rocco, ma in panchina sgrana l’occhio, si leva e si mette gli occhiali. Allegri assomiglia a Walter nella cadenza, ma poi è sempre “halma, halma”, con l’eccezione della stizza a fine partita quando imbocca il tunnel a gambe strette e passi rapidi. Tutt’al più un calcio alla bottiglietta di minerale. 
Nulla a confronto con i chilometri a destra e sinistra, che scavano la fossa  nell’angusto rettangolo della panchina, i berci, gli occhi fuori dalle orbite, l’invasamento da posseduto di Mazzarri. Nulla è paragonabile.

Il meglio, ci dispiace per lui e ora per i tifosi del Toro, arriva quando perde e appare in televisione (quasi sempre aggiustandosi il colletto o la giacca come se si fosse appena strappato i vestiti di dosso) con aria furibonda perché la colpa è costantemente  di qualcun altro: dell’arbitro, del campo, d’un fallo laterale ingiustamente concesso agli avversari, del pallone che si vede male, d’un riflesso birbante che ha accecato un suo giocatore…. C’è, insomma, quasi sempre lo zampino d’ un destino cinico e baro, che  lo infiamma a meno che non perda con 4 o 5 goal di scarto. L’inglese non era la sua lingua e la plastica indignazione di cui è capace restava spesso in canna, bloccata da un incomprensibile farfuglio tosco-albionico. Anche i gesti cadevano in un triste vuoto semantico.

Ora non sarà più così. Non solo il ritorno, ma una  destinazione che pare quella giusta: compassata la città,  calda la squadra, col suo  cuore (granata) sempre disposto ad andare a cento all’ ora. Dopo la “tartaruga” Ventura e il sergente di ferro Mihajlovic, troppo incline ad arrabbiarsi con i suoi, arriva ora un grande spadaccino pronto a menare fendenti a destra e a manca, dopo un anno e più di digiuno. Un Capitan Fracassa “col fuoco dentro” (parole sue) e fuori (aggiungiamo noi).