Da quando Gennaro (detto Rino) Gattuso ha sostituito Vincenzo Montella (quindicesima giornata) alla guida del Milan, la media punti dei rossoneri si è impennata. Da 1,43 a partita ai 2 punti attuali (dati forniti dallo statistico Massimo Fiandrino). Nessuno, tra gli allenatori subentranti, ha fatto meglio di lui in termini assoluti. Nessuno, cioé, ha fatto due punti a partita - un’enormità - pur essendo salito in corsa su un treno che aveva ormai perso direzione e velocità. Però la tendenza è positiva anche per gli altri allenatori subentrati e andremo a dimostrarlo.  
 
Credo di avere già spiegato, a chi ha la bontà di leggermi, quali siano le ragioni del netto miglioramento di risultati della squadra rossonera. Tuttavia non è mai troppo tardi per ripetersi e, soprattutto, per aggiungere nuovi particolari. Gattuso, oltre ad avere disposto una formazione-tipo e ad un sistema di gioco stabili, ha migliorato il possesso palla, raffinandolo in appena due tocchi. Poi o, forse, prima ha chiesto e ottenuto che la squadra fosse corta e compatta, in grado di distendersi con veloci ripartenze solo nello spazio avversario. Così ha vinto a Roma, così può mettere in apprensione la Lazio (mercoledì la semifinale di ritorno di Coppa Italia), così cercherà di battere l’Inter, domenica sera, nel derby.

Se giocare bene, o meglio di quanto non riuscisse a Montella, è fondamentale per il rendimento, lo è altrettanto trasmettere valori e principi condivisi dai giocatori e dalla società. Gattuso ha ripristinato l’etica della fatica (allenamenti più intensi) e del sacrificio, ha sollecitato il senso di appartenenza in un grande club, ha neutralizzato il pessimismo e convogliato l’ottimismo.

Dire che è solo un uomo di campo sarebbe riduttivo. E’ anche uomo di comunicazione quando spiega che cosa significhi avere una mentalità vincente o difende la società da attacchi alla sua solidità patrimoniale. Ma è un tecnico moderno perché lavora in equipe (in particolare con il suo fidato vice Gigi Riccio con cui ha affrontato tutte le esperienze: e Gigi è più di un vice, è l’altra metà pensante di Rino) ed è un allenatore antico perché, pur non sottovalutandosi, ironizza su se stesso (“Sono il più scarso della serie A”) ed è intimamente umile. Sa che il calcio, oltre che tecnica, tattica, agonismo, è anche onda emotiva e lui la trasmette con un flusso inesauribile. Non è una cifra stilistica del suo essere capo, ma un connotato umano che ne caratterizza i rapporti.

Forse è troppo presto per consacrare Gattuso come nuovo guru. Primo, perché non lo è, non vuole e non può esserlo. Secondo, perchè gli agguati del campo sono tremendi. Mercoledì c’è la Lazio in Coppa Italia e all’Olimpico. Arrivare alla finale, ancorché non impossibile per questo Milan, resta un’impresa almeno pari a quella compiuta con la Roma.

Domenica c’è il derby con tutte le sue insidie, poi verrà il tempo dell’Arsenal. Non basta passare indenni, bisogna continuare a vincere. E anche Gattuso sa che non è facile. Anzi, se i risultati non dovessero arrivare copiosi come in questo periodo, ripartirà il giro della giostra con altri nomi, altre possibilità, altri ingaggi.

Eppure Gattuso non è un’eccezione. Nella galleria del vento che ha spinto nell’arena della serie A altri allenatori al posto degli esonerati, brilla anche Davide Ballardini. Pensate che, subentrato alla tredicesima giornata al posto di Juric, il tecnico romagnolo ha una media punti di 1,71, quasi il triplo (0,5) rispetto a quella del predecessore. Positivo anche il saldo di Oddo all’Udinese (1,5, mezzo punto in più di Del Neri) e, anche se di poco, quello di Iachini (1 punto a partita contro lo 0,78 di Bucchi). Senza apprezzabili miglioramenti,  le sostituzioni di Mihajlovic con Mazzarri (1,57 contro 1,31) e del dimissionario Nicola (0,8) con Zenga (0,8).

Gattuso, dunque, guida la classifica del “cambiare fa bene”. A patto che chi subentra abbia qualcosa di nuovo (o di più) da dare a squadre spente. A volte può essere carente la preparazione atletica, cosicché il merito va attribuito ai preparatori atletici. Altre volte si cambia metodologia di lavoro, altre ancora la scossa ha un effetto dal respiro corto. Ovvero la squadra risponde alle prime sollecitazioni e poi ricade nei difetti precedenti.

Ma questa volta, seppur non ancora generalizzata, l’inversione è netta e, in parte, sorprendente. Forse, però, non casuale. Significa non solo che i nostri allenatori sono bravi, ma che nel libero mercato competono aumentando la qualità.