Per violare Wembley (dove hanno potuto con la Nazionale italiana Capello e Zola) ed eliminare il Tottenham, serviva un’impresa già partendo dal 2-2 dell’andata. Ma riuscirci in meno di 45 minuti e sotto di un altro gol (3-2 il risultato aggregato) richiama il miracolo. La Juve l’ha compiuto e perciò merita, se non la nostra ammirazione (si può e si deve giocar meglio), tutto il nostro rispetto. Hanno deciso in tre: Higuain e Dybala (forse, con Matuidi, i due peggiori in campo fino al momento dei gol) e Massimiliano Allegri.
   
A mezz’ora dalla fine, con la squadra sotto di un gol e tutto un primo tempo in cui era stata presa a pallate dal Tottenham, l’allenatore ha fatto due cambi che si sono rivelati decisivi. Il primo tecnico-tattico: fuori Matuidi e dentro Asamoah. Il secondo di necessità: Lichtsteiner per l’acciaccato (e ammonito) Benatia. La Juve, fino a quel momento, disposta con uno scolastico 4-3-3 che a volte diventava 4-4-2 con Douglas Costa (il migliore anche quando gli altri camminavano) esterno di destra a centrocampo, è stata ridisegnata: Barzagli da destra, dove aveva sofferto chiunque, ma in particolare Son, è passato al centro accanto a Chiellini. Nuovi entrambi gli esterni bassi: Lichtsteiner, una sorpresa per energia, lucidità e scelta di tempo, ovviamente sul versante destro; Asamoah dalla parte sinistra. Due soli i centrocampisti (Pjanic e Khedira) più tre trequartisti: Alex Sandro, Dybala e Douglas Costa. Higuain di punta. Insomma, il 4-2-3-1 che Allegri rispolvera quando la situazione è allarmante o disperata.
 
La prima qualità della Juve è stata di non perdere la testa. La seconda di crederci nonostante non ci fosse nemmeno il sintomo più remoto per rimontare e qualificarsi. Eppure, se il calcio a volte è caso, in questa circostanza ha risposto ad un’intuizione tattica. I cambi sono stati fatti tra il 60’ e il 61’. I gol son o arrivati al 64’ e al 66’Sei minuti che hanno rovesciato la partita e cambiato la Champions della Juve: era irrimediabilmente fuori (e senza aver fatto mai un tiro in porta), si ritrova ai quarti dove, se non altro, il sogno può continuare. Per me, nemmeno quest’anno, la squadra di Allegri siederà sul trono d’Europa, ma andare avanti ancora è nelle corde di un gruppo di giocatori che, in quattro giorni, ha dimostrato di non finire mai: successo al 92’ e 35” a Roma con la Lazio; passaggio del turno, espugnando Londra, con un blitz abbacinante e venefico.
   
Poi è servita anche la fortuna. Al 90’, dopo una serie di assalti tumultuosi da parte del Tottenham, Kane, ancorché in fuorigioco non rilevato, ha colpito di testa. Buffon era battuto, ma lo ha salvato il palo interno. Pallone sulla linea, Barzagli lo scaraventa lontano prima che con un rimpallo finisca in rete. Dopo il vantaggio salvifico, la sofferenza è stata immane. Ma sia i quattro difensori, sia i cinque centrocampisti (Sturaro aveva preso il posto dello stremato Higuain) non si sono fatti più superare. L’esatto contrario del primo tempo, quando proprio il centrocampo e, in particolare, Khedira e Matuidi, avevano lasciato i compagni del reparto arretrato alla mercè di chi si inseriva o giocava tra le linee. La Juve è sembrata talmente squinternata da legittimare il pensiero di un passivo più gravoso di quello prodotto da Son (39’ del primo tempo), quando su assist di Trippier ha trafitto Buffon con un tiro sporco e sbilenco. Vero che alla Juve non era stato concesso dal pessimo arbitro Marciniak un rigore solare per fallo di Vertonghen su Douglas Costa. Ma vero anche che l’assenza di gioco, di tiri, di trame, di iniziative individuali e collettive giustificavano in pieno il vantaggio degli inglesi. La Juve sembrava quella di Roma, ma il Tottenham non è la Lazio, è una squadra di grande qualità che giocava a ritmi altissimi. Per fortuna i calciatori di Pochettino sono calati nella ripresa e Allegri ha capito come colpire. Lichtsteiner ha avviato l’azione, conclusa con un cross, che ha portato al gol in acrobazia di Higuain (assist di Khedira di testa). Poi lo stesso Higuain, quasi nascosto sulla linea del fuorigioco, ha servito in profondità Dybala per un gol bellissimo e liberatorio. Non aveva ancora fatto niente, ma, come a Roma, la sua prodezza vale tutto.