Una domenica di quelle che non dimenticheremo mai sta lentamente declinando. Un giorno di silenzio assordante che, senza preavviso, ci ha avvolti tutti lasciandoci senza parole utili per una spiegazione almeno decente vivere come dentro una bolla.

Il fragore di una notizia sconcertante a mattina inoltrata. La scomparsa di un giovane uomo come Davide Astori il quale, quasi per definizione professionale, rappresentava l’icona della buona salute e del vigore fisico. Immorale e contro natura la sua morte che lo strappa via dal mondo, sorprendendolo nel sonno e da solo in una camera di hotel, dopo aver “firmato” un beffardo certificato di addebito ad “arresto cardiocircolatorio per cause naturali”. Come se fosse “naturale” trovare senza vita in un letto un uomo di trentun anni atleta, sposo e padre.

Si dice sia il destino a mischiare le carte e talvolta a barare. Un modo fatalista per tentare di dare una spiegazione a qualche cosa che non può essere spiegato. E allora, come Romeo alla notizia della morte della sua Giulietta, si mostrano i pugni alle stelle per il loro dissennato intervento astrale. Non possediamo altre armi per cercare, seppure inutilmente, di difendere il nostro stato di piccolissimi e fragilissimi esseri viventi passeggeri in un universo senza confini e forse neppure tempo. Il dolore si trasforma quasi subito in rabbia. Malediciamo la morte anche se sappiamo che è l’atto più alto della vita poiché ci restituisce alla dimensione dalla quale siano venuti.
Poi scende la sera e la notte ci avvolge. E’ in quel momento che il silenzio si fa ancora più assordante imponendoci di smetterla con le imprecazioni e semmai di riflettere. Meditare soprattutto su quella che ci piace immaginare sia stata l’ultima lezione del povero capitan Astori del povero Davide il quale attraverso il “sacrificio estremo” ha costretto il mondo del pallone, i suoi protagonisti e tutte le sue comparse che poi siamo noi a fermare la corsa e a essere diversi dal solito proprio in un giorno come la domenica solitamente dedicato al paganesimo sportivo.

Riposte tutte le bandiere, cancellati tutti i colori, zittiti tutti gli slogan, biodegradati tutti i campanilismi, dimenticati tutti gli schieramenti, stracciati tutti i motivi di divisione. Un’unica, totalizzante e autenticamente spontanea catena di mani formatasi dal confine più estremo a nord del nostro Paese sino a quello carezzato dal mare. In silenzio, per una volta, non per imposizione ma per amore e per rispetto. Come sarebbe piaciuto a Davide Astori.